Sentiero storico-naturalistico Forza d'Agrò-Taormina

Storia e Tradizioni

Picture
Il Sentiero Forza d’Agrò-Taormina è parte integrante di tutte quelle arterie che da tempi remoti fino a quelli più recenti (anni ’60-‘70) rappresentavano le vie di comunicazione tra i diversi villaggi della provincia di Messina, quando i mezzi di trasporto erano i muli, gli asini, i cavalli, i carri, o semplicemente si andava a piedi. Molti di sentieri o tratti di essi sono di origine antica, come dimostrano vari ritrovamenti fatti risalire all’epoca Romana, Greca o ancora prima, come ipotizzato da diversi studiosi locali.

Queste montagne e queste colline erano i luoghi dove si svolgeva la vita quotidiana e l’economia si basavano sull’agricoltura. Non esistevano le strade e le autostrade come le conosciamo oggi e non esistevano moltissimi dei centri abitati situati sulla costa. Basti pensare che paesi come Santa Teresa, Sant’Alessio, Letojanni, etc., si sono sviluppati solo in tempi relativamente recenti ed alcuni avevano in passato l’appellativo di “Marina di” (Marina di Savoca, Marina di Gallodoro), poiché i piccoli borghi costieri erano il riparo dei pescatori o solo avamposti per l’avvistamento di navi nemiche.

Le colline e la sua ricca rete di vie erano percorse anche da carovane di sovrani e soldati al seguito. Per esempio in Contrada Margi, tra Gallodoro e Forza, su una strada adiacente al Sentiero, sono presenti antichi resti di quelli che sembra essere una stazione postale per il cambio dei corrieri e dei cavalli e che fu, secondo gli storici, anche il luogo dove nel 36 a.C. si fermarono le truppe di Sesto Pompeo nella guerra contro Ottaviano.

Nell’atto di donazione dell’anno 1117 con il quale il re Ruggiero II donava ai monaci di S. Pietro e Paolo il monastero e alcuni fondi viene citata la “Strada Reale”, a testimonianza dell’importanza della rete di strade e mulattiere che si dipanava sui crinali del territorio.

Il passato resta vivo anche nelle forme del lungo acquedotto greco-romano (25 km) che dal monte Kalfa portava l’acqua a Taormina. I greci nel 200 a.C. ne iniziarono la costruzione. Conosciuto dalle popolazioni successive come “l’acquedotto del diavolo”. Questo fu ampliato dai romani, che costruirono anche dei condotti paralleli a quelli originali. L’acquedotto segue il saliscendi delle colline e delle vallate e confluisce in alcuni punti in grandi cisterne, una di queste era nel torrente Kardà. 

Palmenti, Trappeti, Mulini, Aie

Picture
Fino a pochi decenni fa l’agricoltura aveva un peso maggiore di quello odierno. Le famiglie coltivavano in proprio le verdure e la frutta di cui necessitavano, così come l’uva, le olive e soprattutto il grano per avere ognuno il proprio vino, l’olio e la farina. I terrazzamenti che ancora si intravedono lungo il percorso indicano un intenso sfruttamento di ogni piccolo angolo di terreno, anche impervio, perchè questo in tempi difficili poteva fare la differenza tra sopravvivere e soffrire la fame. I raccolti venivano lavorati in edifici e strutture di cui oggi lungo i nostri sentieri rimangono importanti testimonianze.

Nel palmento l’uva veniva trasformata in mosto e quindi in vino. Il palmento del passato più recente era un fabbricato dotato di una finestra ad altezza d’uomo dalla quale veniva scaricata l’uva appena raccolta e quindi pigiata su di una superficie in pietra o in grandi tinozze, in leggera pendenza per far scorrere il mosto. Le vinacce (i grappoli spremuti) venivano compattate tramite i fusti intrecciati del Tagliamani (Ampelodesmos mauritanicus, in dialetto chiamata disa) e poste sotto coperchi di legno che venivano pressati da un torchio formato da un palo di legno verticale con scanalatura a vite. Una grossa trave orizzontale fissata da un lato ad un muro e dall’altro collegata ad una grossa macina di pietra era posta sopra la trave verticale e serviva da pressa. Il torchio, azionato dagli uomini, alzava o abbassava la macina che spremeva ulteriormente le vinacce. Il mosto veniva quindi trasportato in otri di pelle di capra fino al villaggio, dove veniva conservato per la fermentazione in botti di legno di castagno o quercia. Negli anni di scarso raccolto, i contadini spesso aggiungevano acqua al mosto per aumentarne la quantità.
Sul Sentiero sono presenti anche palmenti di epoche molto, molto più remote, scavati nella roccia arenaria. Questi erano formati da una o due vasche; nella prima veniva pigiata l’uva, nell’altra, più profonda e posta più in basso, scendeva il mosto attraverso un foro di scolo.
Da questi vigneti si ottenevano in antichità vini di pregio, un bianco “virdisi” ed un rosso, “greganico”, esportati dai romani nell’antica Pompei con la dicitura “tauromenitan” (vini di Taormina), certificazione di qualità usata all’epoca.

Nel trappeto (trappitu) invece, veniva estratto l’olio. Le olive lavate e defogliate venivano versate in grandi vasche rotonde e spremute da grosse ruote in pietra chiamate molazze che erano azionate da un asino, un mulo o un cavallo, al quale venivano bendati gli occhi per non fargli capire che continuava a girare in circolo. Dalla spremitura si otteneva una pasta che veniva posta in dei contenitori di iuta che venivano in seguito collocati in una pressa manuale per ottenere un'emulsione che veniva canalizzata verso una centrifuga che separava l’olio dall’acqua. I contadini non pagavano in contanti ma lasciava un percentuale di olio, uso ancora comune in alcuni frantoi moderni. Nelle case, l’olio era conservato in giare di terracotta. Il deposito che si formava nel fondo delle giare veniva utilizzato per fare sapone.

Nella zona sono presenti anche molti ruderi di mulini ad acqua utilizzati per macinare il grano. Il meccanismo di funzionamento del mulino era costituito da una ruota con pale fissata ad un asse e mossa dallo scorrere dell’acqua. Il moto veniva trasmesso direttamente, o attraverso una serie di ingranaggi, alle macine che riducevano in farina i chicchi di grano.

Numerose sono le aie. Sono degli spazi circolari, costruite in luoghi sopraelevati e ventosi, delimitati da una fila di pietre (chiamate ciappe in dialetto) in cui il grano veniva lavorato per separarlo dalla crusca. Per far questo si usava un asino che trainava una grossa pietra, il passaggio della pietra e delle zampe dell’animale sgranavano le spighe, poi i contadini provvedevano ad eliminare manualmente la paglia più grossolana, mentre per quella più minuta lanciavano in aria il grano ed il vento provvedeva a separare la paglia, più leggera, dal grano, più pesante, che ricadeva a terra. Il grano veniva poi raccolto in sacchi di juta.
(sezione a cura di Caterina Allegra e Fabio Luchino)